In attesa di nuove idee. VanGogh, Caravaggio, HCB

Quante volte, negli ultimi anni, abbiamo visto passare il nome di Henri Cartier-Bresson sui cartelloni pubblicitari delle nostre città?

E quante volte abbiamo visto pubblicizzata una mostra di Van Gogh oppure una riproposizione, magari in chiave “visual”, delle opere di Caravaggio e di Giotto con effetti speciali e l’uso delle “nuove tecnologie” considerate l’ultima frontiera della cultura, della scienza e dell’informazione?

Sorge il sospetto che gli eventi culturali degli ultimi anni si ripetano e, soprattutto, presentino continuamente gli stessi “volti noti”. Il resto delle esposizioni, mostre ed eventi minori, ruotano attorno ai “grandi eventi” come fossero “l’antipasto” che stuzzica l’appetito convogliandolo verso il primo piatto, ovvero anticipando le vere “star”…

Viene spontaneo domandarsi – come già scritto da altri esperti della materia – se siamo dinanzi a “cultura” o a nuove forme di “intrattenimento” offerte al pubblico senza spiegare, allo stesso, quale sia la differenza. Così come non è spiegato, al pubblico, che entrambe (cultura ed intrattenimento) sono alternativi – non sostitutivi – e sono entrambe fruibili, si tratti di 1000 o di 40 milioni di persone.

Negli ambienti e nei salotti succede lo stesso con il ripetersi delle medesime frasi da anni.

L’antipasto e la pietanza…

Ma è proprio così? C’è chi vede e chi parla di una nuova forma di superbo snobismo nel voler differenziare o distinguere ciò che è arte, cultura, scienza da ciò che è vendita e mercato.

Anni fa Piero Angela rispondeva con la necessità di non confondere l’educazione alla cultura, dovere di una società evoluta, con la mera compravendita del biglietto (ticket) dove le logiche economiche e transazionali trovano la loro attestazione. Lo stesso vale per i concetti di cultura e scienza che non dovrebbero essere allontanati o differenziati, piuttosto essere considerati all’interno di un unico rapporto i cui elementi operano per il conseguimento di uno stesso fine.

Viviamo in un mondo di divisioni con il mito della standardizzazione e la cultura e la scienza non sono esuli da questo modo di pensare: si è passati dal concetto di “cultura-alta” allo spezzettamento ed affermazione di tante “mini-culture”, più facili da raggiungere e manipolare. Da una parte chiediamo a tutti di conoscere l’inglese perché sembra essere la lingua universale, quasi un latino del XXI secolo, dall’altra affermiamo un nostalgico, a volte anacronistico e comunque riposante ritorno al dialetto, visto quasi come il ritorno al caldo seno materno.

Con il progresso ed i miglioramenti che hanno caratterizzato il percorso dell’uomo e del mondo che lo ospita, non abbiamo avuto la capacità di accrescere ed approfondire le nostre conoscenze culturali, tantomeno siamo stati in grado di evolvere le connessioni – oggi, però, termini come “rete” e “network” sono snocciolati da tutti anche a sproposito – ed i contenuti di questi concetti.

La scienza ha portato alla luce “misteri” della cultura come l’uso di determinate materie usate nelle pitture antiche o nella composizione di manufatti di epoche assai lontane da noi; trasmesso ed illustrato dalle menti più evolute in tutti i campi del sapere, inclusi quello dell’educazione e della critica.

Ma oggi tutto questo dove è andato a finire?

Non potrebbe essere, piuttosto, che il dejà vu nasconda, la saturazione delle idee in un mondo che, all’opposto, non fa altro che parlare – ed abusare – del termine creatività…

Chi definisce le agende culturali, organizza e gestisce gli eventi ha il compito primario di generare introiti per i propri datori di lavoro, ma come giudicano (nel loro intimo) gli esperti del settore? O dobbiamo invece pensare che si sia attivato un circolo vizioso in cui l’esperto fornisce il proprio supporto scientifico ad operazioni semplicistiche ed affrettate, magari nella speranza di poter un giorno diventare esso stesso parte organica del sistema.

Tutti in fila per entrare alle Scuderie del Quirinale

Ed in quest’ottica diventano comprensibili operazioni pseudo-culturali che hanno la palese ambizione di attirare masse impreparate che lanceranno comunque i loro gridolini di ammirazione, scatteranno selfie a raffica, specie se le opere sono sostituite o affiancate da installazioni multimediali, ologrammi e rappresentazioni teatrali.

E le idee, allora, che fine hanno fatto in questa Babele di super/mega/tera byte di informazione connessa h24? Le idee, appunto, quella lampadina che si accende quando meno te lo aspetti, e che ai tempi di Van Gogh o di Giotto erano veicolate dalle arti, unico mezzo di informazione e di sviluppo.

Le idee trasformate in quelle opere d’arte (pittoriche, musicali, scultoree, etc.) che sono giunte fino ai nostri giorni e che studiamo per “passare l’esame” ma che non ci trovano educati allo stimolo della conoscenza, “piattaforma di lancio” di una nuova strabiliante idea.

E così abbiamo un’educazione che non forma, un’istruzione che non dà cultura, che nonostante i progressi della scienza e della tecnologia non ha consentito la formazione di livelli profondi di conoscenza, lasciando il posto, invece, all’illusione della stessa.

Fatta salva qualche lodevole eccezione, i critici diventano cauti per paura di non ricevere like a sufficienza, i docenti riducono le pretese per paura di ricevere una valutazione insufficiente, i dirigenti delle organizzazioni offrono prodotti di mediocre qualità per paura di non raggiungere obiettivi prefissati da chissà chi… con la spada di Damocle dei fondi che non verranno elargiti se tali obiettivi non saranno raggiunti.

Federico Zeri

Siamo la società in cui la conoscenza e la competenza si valutano in “like” e consideriamo alieni un Daverio, uno Zevi o perfino -anche nella sua treatalità- uno Sgarbi, pur riconoscendogli l’altera, autorevole, eccezionale competenza.

Dove stiamo andando?

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