Archivio mensile:novembre 2017

Il 2019 sarà l’anno del turismo lento…

… così almeno ha deciso il Ministero dei beni ambientali e culturali ed ha anche presentato un interessante progetto su una rete di cammini da sviluppare ed organizzare in Italia.

Siamo molto contenti che la nostra filosofia di viaggio stia finalmente prendendo piede nella consapevolezza anche che ciò comporterà una parziale rivisitazione del settore.

Abbiamo, tuttavia, alcune perplessità sulla filosofia di fondo, che derivano dall’osservazione di esperienze precedenti, italiane ed europee.

Cerchiamo di illustrare cosa non ci torna.

Come prima cosa, diamo una rapida occhiata alla mappa. 

La mappa dei cammini come appare sul sito del Mibact

Ad un immediato colpo d’occhio notiamo la mancanza di intere regioni, o quasi. Abruzzo, Molise, gran parte della Campania e della Basilicata, la Sicilia, la Sardegna sembrano quasi assenti e Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Emilia ed anche Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige sembrano sottorappresentate.

Tranne che in Liguria, sembra che il bellissimo mare italiano abbia perso appeal. Se questo derivasse, poi, dalla convinzione che le zone marine sono autoreferenziali ed anche  non interessate al turismo lento, sarebbe un peccato. E lo sarebbe ancora di più se le regioni che sembrano sottorappresentate, che pure hanno un sistema turistico lento di prim’ordine, fossero state “emarginate” perché già autosufficienti o magari perché ancora una volta la competizione tra regioni rende difficile il coordinamento….

L’appeal dei cammini

Quasi come un format televisivo, si fa riferimento ai cammini avendo in mente il quello Compostela e la Via Francigena: esempi di sicuro successo, specialmente il primo, ma non immediatamente replicabili e, soprattutto, di numeri certamente limitati. Infatti il numero di pellegrini che annualmente percorre il cammino di Santiago è di circa 250.000 a fronte di circa 75.000.000 di arrivi turistici, almeno stando alle fonti statistiche. Dal punto di vista numerico, si parla dello 0,3% del totale. Questa percentuale può aumentare se si considerano i tempi di permanenza sul percorso, ma si tratta, in definitiva, di economia ancillare, anche e forse proprio per la filosofia che è alla base dei cammini.

Inoltre, i cammini sembrano voler ricalcare percorsi spirituali-religiosi che in una società secolarizzata potrebbe essere un fattore di richiamo minore rispetto ad una semplice organizzazione turistica. Se poi teniamo presenti esclusivamente i fattori religiosi, si restringe in modo importante la platea dei possibili destinatari. Sempre analizzando le statistiche del cammino di Compostela si scopre che i pellegrini italiani, non proprio noti, almeno in viaggio, per essere amanti della “fatica”, sono al secondo posto tra  i partecipanti, superando turisti notoriamente più attivi, come tedeschi, inglesi e francesi.

Turismo lento e cammini

La visione di turismo lento che sembra emergere, sia dal piano strategico del turismo che dal progetto dei cammini, è sostanzialmente ristretto alla fruizione a piedi e solo marginalmente (non meglio precisati collegamenti con la rete delle ciclovie) con altri mezzi di trasporto. Sembra invece escludere una mobilità tradizionale quale quella in automobile. Perché? visto che non si è obbligati a correre, andando in macchina?

Siamo convinti che l’inflazionato aforisma di Proust “L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi” ben ci si adatti in una rappresentazione multisettoriale, multidimensionale e multisensoriale del viaggio. Il turismo lento non può, e secondo noi non deve, essere collegato a tempi di percorrenza, strade obbligate, “bollinature” ecc. ma dovrebbe essere piuttosto dedicato all’esplorazione (non conosciamo tutto il bello che c’è in Italia ed in Europa, sia dal punto di vista culturale che naturalistico), liberi da qualunque costrizione, anche se solo immaginata.

Turismo lento e territori

Uno SlowTraveller non si isola dal territorio che attraversa confinandosi in percorsi delimitati e che sembrano finalizzati a tenere lontani i territori che attraversa. Territori che hanno sempre una propria spiccata culturale, eno-gastronomica, artigianale, agricola, ecc.. che lo SlowTraveller desidera conoscere.

Conclusioni

L’attitudine allo SlowTravel può essere innata e consistere nella naturale voglia di conoscenza. Ma può anche essere sviluppata e fatta sorgere attraverso operazioni di comunicazione o di sistema.

Può anche essere sviluppata e stimolata attraverso operazioni di comunicazione, educazione o di sistema, non solo o non sempre attraverso una mera replicata di “sistemi” o schemi che, certamente di successo, non possono attagliarsi completamente a specificità diverse; forse dovremmo riprendere la filosofia delle generazioni dei nostri sarti di un tempo, applicando ai nostri splendidi territori un abito su misura piuttosto che riadattare semplicisticamente, schemi e stoffe già utilizzati…

Peraltro, la filosofia dello SlowTravel può essere ben esemplificato e sintetizzato nel sito dell’Associazione (Il decalogo dello SlowTraveller)

La cooperazione e la collaborazione. Un’interessante recensione.

Sull’inserto Robinson de “La Repubblica” di oggi, 5 novembre 2017, è apparsa un’interessante recensione relativa a problematiche connesse con la formazione e, sembra di capire, una sostanziale stroncatura dei metodi di insegnamento portati avanti sino ad ora, che privilegerebbero l’individualismo rispetto alla cooperazione e alla collaborazione.

Cosa c’entra con lo SlowTravel e perché ho voluto commentare questa recensione?

Nei giorni scorsi, ho pubblicato, anche su facebook, delle considerazioni relative al mondo del blogging, cercando di evidenziare alcuni aspetti un po’ contraddittori che mi sembra non vengano evidenziati con sufficienza all’interno dell’articolo, forse per suscitare un interesse polemico.

Il primo.  È vero che la scuola, come si è venuta evolvendo nel mondo occidentale privilegia l’individualismo. Ma questo è limitato alle fasi della formazione di base. Mano a mano che si sale nella scala formativa, è ormai impossibile non cooperare e collaborare, vuoi per l’enorme quantità di materiali già prodotti vuoi per la necessità di analizzare quantità di dati molto importanti.

Il secondo. Tutte le volte che sento parlare di individualismo e che analizzo la gestione dei vari blog, di viaggio, di fotografia, di lettura, ecc… non riesco a fare a meno di pensare al film prova d’orchestra, di Federico Fellini, in cui ciascun orchestrale ritiene di essere l’unto del Signore nel settore musicale e rifiuta di cooperare con gli altri e, soprattutto, rifiuta il coordinamento del direttore. Con il risultato del caos assoluto e della inutilità della propria scienza musicale a sé stante.

Il terzo. Si dipinge il mondo delle start-up californiane come un mondo idilliaco in cui la collaborazione e lo scambio di idee siano all’ordine del giorno. Ma anche in tale contesto, che l’autore del libro sembra conoscere bene, è del tutto effimera la sensazione di libertà perché nella realtà lavorare per Google non significa fare ciò che interessa, ma significa fare ciò che piace secondo gli indirizzi e le finalità dell’azienda. Non è che un programmatore si sveglia la mattina e decide di intraprendere nuove strade di sviluppo perché ha avuto un sogno illuminante durante la notte.

Il quarto. Chi decide gli indirizzi di sviluppo è di solito un’istituzione sovraordinata. Che sia lo Stato, una Chiesa oppure un’azienda, le linee di sviluppo sono generalmente determinate a priori. Anche dove le linee di sviluppo sembrano inizialmente condivise (WWF, LegaAmbiente, SlowFood, ecc.) emergono delle strutture e delle persone che, per consentire la sopravvivenza del progetto, devono farsi carico del coordinamento e dell’armonica cooperazione… Non mi sovviene immediatamente il nome di un’esperienza veramente condivisa e di successo.

Purtuttavia…

Il quinto. la mancanza di collaborazione e di cooperazione costringe al nanismo operativo ed espone all’emersione di giganti che (dei veri e propri Gulliver: Uber, Google, Apple, Microsoft, Oracle, TripAdvisor, AirBnB, ecc.) che non possono se non temporaneamente essere contrastati e che permettono la sopravvivenza di pochi, minuscoli competitor destinati fatalmente ad essere schiacciati e diventare ininfluenti.

Grato per l’attenzione.

GianLuca M. di SlowTravel


L’articolo di Robinson (la Repubblica, 05 novembre 2017)


Idriss Aberkane, intellettuale francese e esperto in neuroscienze, lancia l’allarme sulla massificazione dell’intelligenza: “Non sappiamo più usare tutte le potenzialità che abbiamo, siamo incapaci di mettere in relazione universo fisico e mentale”. Ci insegnano fin da piccoli a non collaborare mentre il mondo funziona esattamente al contrario: vedi Steve Jobs

Liberare la scuola dal conformismo e dalla burocrazia per rendere più autonome le menti degli studenti.
Quello di Idriss Aberkane, per citare il suo illustre connazionale Charles de Gaulle, è un vaste programme: il giovane ( trentuno anni), emergente intellettuale francese esperto in neuroscienze cognitive lancia l’allarme sulla massificazione delle intelligenze, individuando nemici precisi: il voto e il giudizio, arbitrari incasellamenti di una realtà sfuggente come l’intelligenza. È una lotta che ha suscitato critiche, sospetti e attacchi ad personam, a partire proprio dal curriculum di un uomo che sembra ribellarsi così tanto alle certificazioni.
Controversie che hanno giovato al suo primo saggio, Liberate il cervello. Trattato di neurosaggezza per cambiare la scuola e la società, elogiato da Le Monde e già caso editoriale: sono oltre centomila le copie vendute nei primi due mesi e il libro, in traduzione in nove lingue, si propone come la chiave per accedere a un nuovo orizzonte formativo, quello della neuroergonomia.

Cos’è la neuroergonomia?
« È una scienza sviluppata nell’ambito della ricerca militare americana, per aiutare i piloti a prendere decisioni più rapide. L’idea principale è che l’informazione sia qualcosa che il nostro cervello può, metaforicamente, “ afferrare”. Idee, concetti e nozioni hanno un “ peso” per il nostro cervello, legato alla loro complessità. E così come nel mondo fisico l’ergonomia può aiutarci a sollevare o portare oggetti in modo più efficiente, in quello mentale la neuroergonomia ci può aiutare a fare lo stesso con i concetti » .

Vuole dire che esisterebbero delle “ maniglie” per le idee?
« Immaginate che il cervello sia una mano. Se dovete sollevare una caraffa, non vi basta un dito solo, dovete usare anche le altre dita per avere più presa. Così succede con le informazioni: in quel caso le “ dita” sono le diverse specializzazioni del nostro cervello, come la memoria spaziale, la memoria emotiva, quella autobiografica, la memoria sensoriale. Studi sui “calcolatori prodigio” come il tedesco Rüdiger Gamm ci mostrano che i geni matematici fanno proprio questo: per fare calcoli usano anche aree cerebrali che noi non adoperiamo a quello scopo, come il cervelletto. Se per imparare una lezione io leggo un testo scritto, ascolto un file audio e vedo un filmato, sto reclutando diversi tipi di memoria che, come le dita di una mano, concorrono a darmi una “ presa” più salda su ciò che studio » .

Quindi ci sarebbe una relazione molto stretta tra il mondo fisico e quello mentale.
« Pensi a una tecnica antica quanto Cicerone, quella del palazzo della memoria, usata anche da Giordano Bruno: se associamo dei dati da memorizzare, come le cifre di un lungo numero, a dei luoghi fisici, come le stanze di una casa, ci sarà molto più facile ricordarli.
L’organizzazione della memoria rispecchia il modo in cui esploriamo gli spazi fisici. E d’altra parte tutte le nostre capacità astratte, come il pensiero matematico o quello rivolto al futuro, derivano da moduli del nostro cervello formatisi per scopi molto concreti e pratici, come la sopravvivenza immediata.
Pensiamo alla caccia o alla raccolta di bacche nei tempi preistorici: erano attività completamente multisensoriali. Dovevamo cogliere input visivi, olfattivi, tattili, e poi integrarli in un’esperienza che generava apprendimento in modo fluido e naturale » .

Dobbiamo ricostruire questa multisensorialità per apprendere meglio?
« Già Aristotele sottolineò come per studiare un albero non è sufficiente il testo: devi toccarne le foglie, annusarle e gustarle. L’esperienza scolastica si è invece impoverita assai rispetto alla capacità di stimolare tutti i sensi. Per dire: la scuola francese fino agli anni Settanta insegnava ai bambini a nuotare non in acqua, considerata troppo pericolosa, ma facendo loro ripetere i movimenti di braccia e gambe sospesi in orizzontale su uno sgabello. Ecco perché oggi c’è chi, per recuperare sensorialità, suggerisce di insegnare usando i fumetti, o i documentari, o i videogiochi » .

Cosa avrebbe traviato, per dirla con lei, la scuola?
« Un’antica vocazione politica. Da noi l’istruzione obbligatoria fu creata da Jules Ferry soprattutto in opposizione alla Chiesa e alle velleità di secessione di regioni come la Borgogna e la Bretagna. Già Machiavelli nel Cinquecento raccomandava ai francesi di accentrare il potere dello Stato, e questo è stato ciò che la monarchia, Napoleone e poi la Repubblica hanno continuato a fare. Con gli insegnanti come primo rappresentante dell’autorità statale che i bambini incontrano nella loro vita: l’emanazione di un potere centrale che, attraverso i voti, incoraggia l’uniformità e il conformismo, scoraggiando al tempo stesso l’interazione e la solidarietà tra gli scolari. Così oggi a scuola il lavoro collettivo è demonizzato: vietato copiare! E invece si loda lo sforzo solitario. Nella realtà lavorativa, e nella vita, invece è l’opposto: il lavoro in solitudine conduce a poco, e quello di gruppo è fondamentale » .

E questo, per lei, spegne la passione per la conoscenza.
« Inseguendo il sapere ma trascurando i sensi abbiamo perso il sapore. Che invece è fondamentale. Steve Jobs ci ha dato una grande lezione quando ha detto che per avere successo è cruciale inseguire la propria passione. Perché per riuscire davvero ci vuole una grande resistenza, e solo se una cosa ci interessa davvero possiamo trovare la forza di non rinunciare alle prime avversità. La scuola invece, così come è oggi, spegne le passioni. Lo esemplifica la querelle sorta sul mio curriculum accademico. Quando hai tre dottorati, o hai lavorato molto duramente, o sei un impostore. E io non avevo lavorato duramente. Ma non perché fossi un impostore, semplicemente perché provavo piacere in ciò che studiavo.
L’aut-aut stacanovista/impostore è un sintomo di ciò che non va nella scuola: l’eclisse del piacere » .

A proposito dei dottorati: l’“ Express” ha parlato di “cv dopé”, “ Liberation” ha fatto notare la stranezza di tre dottorati a soli trent’anni e altri blog francesi si sono chiesti come mai con tre dottorati lei abbia poche pubblicazioni “ peer reviewed”.
« Per difendermi da queste insinuazioni ho pubblicato sul mio sito i tre diplomi di dottorato, che già contano come studi peer reviewed, inoltre ho quattro studi su Sens Public, rivista accademica peer reviewed e altri lavori non pubblicati perché condotti per la ricerca industriale. E chi collabora col privato, pensi ai ricercatori di Google o Amazon, non pubblica i propri lavori se non raramente. Guardi: il libro in Francia ha venduto così bene che due giornalisti belgi, indipendentemente l’uno dall’altro, durante due interviste mi hanno chiesto: “E dillo, Idriss: hai organizzato tu questa polemica, vero?”».