Il 2019 sarà l’anno del turismo lento…

… così almeno ha deciso il Ministero dei beni ambientali e culturali ed ha anche presentato un interessante progetto su una rete di cammini da sviluppare ed organizzare in Italia.

Siamo molto contenti che la nostra filosofia di viaggio stia finalmente prendendo piede nella consapevolezza anche che ciò comporterà una parziale rivisitazione del settore.

Abbiamo, tuttavia, alcune perplessità sulla filosofia di fondo, che derivano dall’osservazione di esperienze precedenti, italiane ed europee.

Cerchiamo di illustrare cosa non ci torna.

Come prima cosa, diamo una rapida occhiata alla mappa. 

La mappa dei cammini come appare sul sito del Mibact

Ad un immediato colpo d’occhio notiamo la mancanza di intere regioni, o quasi. Abruzzo, Molise, gran parte della Campania e della Basilicata, la Sicilia, la Sardegna sembrano quasi assenti e Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Emilia ed anche Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige sembrano sottorappresentate.

Tranne che in Liguria, sembra che il bellissimo mare italiano abbia perso appeal. Se questo derivasse, poi, dalla convinzione che le zone marine sono autoreferenziali ed anche  non interessate al turismo lento, sarebbe un peccato. E lo sarebbe ancora di più se le regioni che sembrano sottorappresentate, che pure hanno un sistema turistico lento di prim’ordine, fossero state “emarginate” perché già autosufficienti o magari perché ancora una volta la competizione tra regioni rende difficile il coordinamento….

L’appeal dei cammini

Quasi come un format televisivo, si fa riferimento ai cammini avendo in mente il quello Compostela e la Via Francigena: esempi di sicuro successo, specialmente il primo, ma non immediatamente replicabili e, soprattutto, di numeri certamente limitati. Infatti il numero di pellegrini che annualmente percorre il cammino di Santiago è di circa 250.000 a fronte di circa 75.000.000 di arrivi turistici, almeno stando alle fonti statistiche. Dal punto di vista numerico, si parla dello 0,3% del totale. Questa percentuale può aumentare se si considerano i tempi di permanenza sul percorso, ma si tratta, in definitiva, di economia ancillare, anche e forse proprio per la filosofia che è alla base dei cammini.

Inoltre, i cammini sembrano voler ricalcare percorsi spirituali-religiosi che in una società secolarizzata potrebbe essere un fattore di richiamo minore rispetto ad una semplice organizzazione turistica. Se poi teniamo presenti esclusivamente i fattori religiosi, si restringe in modo importante la platea dei possibili destinatari. Sempre analizzando le statistiche del cammino di Compostela si scopre che i pellegrini italiani, non proprio noti, almeno in viaggio, per essere amanti della “fatica”, sono al secondo posto tra  i partecipanti, superando turisti notoriamente più attivi, come tedeschi, inglesi e francesi.

Turismo lento e cammini

La visione di turismo lento che sembra emergere, sia dal piano strategico del turismo che dal progetto dei cammini, è sostanzialmente ristretto alla fruizione a piedi e solo marginalmente (non meglio precisati collegamenti con la rete delle ciclovie) con altri mezzi di trasporto. Sembra invece escludere una mobilità tradizionale quale quella in automobile. Perché? visto che non si è obbligati a correre, andando in macchina?

Siamo convinti che l’inflazionato aforisma di Proust “L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi” ben ci si adatti in una rappresentazione multisettoriale, multidimensionale e multisensoriale del viaggio. Il turismo lento non può, e secondo noi non deve, essere collegato a tempi di percorrenza, strade obbligate, “bollinature” ecc. ma dovrebbe essere piuttosto dedicato all’esplorazione (non conosciamo tutto il bello che c’è in Italia ed in Europa, sia dal punto di vista culturale che naturalistico), liberi da qualunque costrizione, anche se solo immaginata.

Turismo lento e territori

Uno SlowTraveller non si isola dal territorio che attraversa confinandosi in percorsi delimitati e che sembrano finalizzati a tenere lontani i territori che attraversa. Territori che hanno sempre una propria spiccata culturale, eno-gastronomica, artigianale, agricola, ecc.. che lo SlowTraveller desidera conoscere.

Conclusioni

L’attitudine allo SlowTravel può essere innata e consistere nella naturale voglia di conoscenza. Ma può anche essere sviluppata e fatta sorgere attraverso operazioni di comunicazione o di sistema.

Può anche essere sviluppata e stimolata attraverso operazioni di comunicazione, educazione o di sistema, non solo o non sempre attraverso una mera replicata di “sistemi” o schemi che, certamente di successo, non possono attagliarsi completamente a specificità diverse; forse dovremmo riprendere la filosofia delle generazioni dei nostri sarti di un tempo, applicando ai nostri splendidi territori un abito su misura piuttosto che riadattare semplicisticamente, schemi e stoffe già utilizzati…

Peraltro, la filosofia dello SlowTravel può essere ben esemplificato e sintetizzato nel sito dell’Associazione (Il decalogo dello SlowTraveller)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *